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ARTIST STATEMENT

La mia ricerca fotografica nasce da un dubbio: vedere significa davvero conoscere ciò che abbiamo davanti?
La fotografia viene comunemente considerata uno strumento capace di descrivere il mondo attraverso la sua rappresentazione. Il mio lavoro muove invece dalla possibilità opposta: utilizzare l’immagine per mettere in discussione la certezza dello sguardo. Non mi interessa soltanto ciò che una fotografia mostra, ma ciò che accade nel momento in cui la riconoscibilità diventa incerta e l’immagine comincia a sottrarsi al proprio referente. Ogni fotografia nasce necessariamente dal reale, ma il reale rappresenta per me un punto di partenza, non un punto di arrivo. Attraverso la luce, l’inquadratura, l’isolamento, la perdita di scala o la trasformazione dell’immagine cerco di condurre ciò che fotografo verso una condizione nella quale la sua identità non sia più immediatamente disponibile.
È in questa distanza tra vedere e riconoscere che si concentra la mia ricerca.
La forma può emergere dall’indeterminato oppure dissolversi nuovamente in esso; la materia può perdere la propria funzione descrittiva e diventare presenza autonoma; ciò che appare familiare può diventare estraneo. L’astrazione, quando interviene, non costituisce quindi un obiettivo estetico, ma la conseguenza di un processo di sottrazione attraverso il quale l’immagine interrompe i meccanismi abituali del riconoscimento. Mi interessa quel breve territorio di incertezza nel quale lo sguardo continua a cercare un significato senza riuscire ancora ad attribuire un nome definitivo a ciò che vede.
Ho chiamato Limen questo territorio.
Limen è la soglia: il luogo concettuale nel quale si sviluppano le diverse direzioni della mia ricerca fotografica. Non identifica uno stile né un repertorio di soggetti, ma una domanda che attraversa il mio lavoro: quanto possiamo sottrarre alla certezza del visibile prima che ciò che guardiamo diventi qualcos’altro?
La fotografia diventa così, per me, meno uno strumento di rappresentazione che uno strumento di interrogazione. Non cerco un’altra realtà, cerco quella zona instabile nella quale la percezione smette di essere certezza e torna a essere possibilità.

 

BIOGRAFIA

Nato a Nuoro nel 1961, Alessandro Idini si avvicina alla fotografia fin da giovanissimo. Dopo il trasferimento a Milano frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si laurea con una tesi dedicata all’evoluzione del ritratto fotografico tra l’inizio del Novecento e gli anni Ottanta.
Durante gli anni della formazione avvia l’attività professionale come fotografo nel settore della moda, realizzando servizi editoriali, campagne pubblicitarie e ritratti di artisti della scena culturale milanese. Dopo la laurea si trasferisce a Parigi, esperienza che contribuisce a consolidare una sensibilità artistica indipendente e una concezione della fotografia progressivamente orientata alla ricerca.
Negli anni successivi si dedica al giornalismo sportivo e alla fotografia outdoor, successivamente, dai primi anni duemila orienta progressivamente il proprio lavoro verso la fine art photography, individuando nell’immagine non soltanto uno strumento di rappresentazione, ma uno spazio aperto alla sperimentazione visiva e concettuale.
A partire dal decennio successivo, la sua ricerca si concentra progressivamente sul rapporto tra forma, materia e percezione. La fotografia si allontana dalla funzione puramente descrittiva per diventare uno strumento attraverso il quale interrogare i meccanismi della visione e la relazione, solo apparentemente immediata, tra ciò che l’immagine mostra e ciò che lo sguardo riconosce.
Nel corso degli anni la sua ricerca si sposta progressivamente dalla rappresentazione del soggetto all’indagine sui meccanismi della visione. Forma, materia, luce e colore diventano strumenti attraverso i quali esplorare il rapporto tra immagine e percezione, conducendo il lavoro verso il confine tra figurazione e astrazione.
La pratica fotografica di Alessandro Idini si concentra oggi sulle soglie della percezione e sulle condizioni nelle quali la riconoscibilità del reale diventa incerta. La fotografia assume così il valore di uno strumento di ricerca: non soltanto un mezzo per rappresentare ciò che appare davanti all’obiettivo, ma un linguaggio attraverso cui interrogare il nostro modo di vedere.

 
 
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